di Filippo Di Mauro e Guglielmo Saporito

 I comuni non possono pretendere, da chi intenda aprire un nuovo pubblico esercizio, l’elaborazione di un piano urbanistico riguardante l’intera area. Basta invece un’indagine dettagliata sul peso del nuovo insediamento in termini di traffico e parcheggi.

Nel comune di Sirmione, in una zona turistica congestionata, una pasticceria intendeva ampliarsi aggiungendo un bar alla produzione e vendita dei propri prodotti dolciari.

Di norma, sarebbe sufficiente una Scia, cioè una comunicazione all’ente locale: tuttavia, in quel comune, per una serie di esigenze connesse alla saturazione degli spazi, i regolamenti locali prevedevano che ogni nuovo esercizio fosse subordinato all’approvazione di un piano urbanistico riguardante l’intera area. Il comune ha vietato l’apertura del bar e ciò ha generato il contenzioso, che in pochi mesi, con un provvedimento d’urgenza, ha chiarito cosa si possa pretendere da chi intenda aprire pubblico esercizio in una zona congestionata.

In particolare, i giudici escludono che in zone densamente abitate (per lo più centri storici) ogni nuovo insediamento debba predisporre un piano urbanistico dell’intera area: basta invece uno studio del traffico.

Eventuali profili di criticità connessi all’apertura dell’esercizio, riguardano infatti i problemi indotti dall’affluenza degli utenti. Il Tar parte dal presupposto che i limiti alla libertà di insediamento di attività economiche possono derivare solo da motivi di interesse generale (articolo 12 e 14 Dlgs 59/2010, attuativo della direttiva Bolkstein).

I comuni possono quindi programmare le zone del territorio da tutelare limitando nuove attività commerciali, ma solo quando esistano problemi non altrimenti risolvibili di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità: quando ad esempio si voglia controllare il consumo di alcolici, contrastare il degrado urbano, o tutelare standard di vivibilità per i residenti. Ciò significa che non si può subordinare l’apertura di nuovi esercizi di somministrazione alla predisposizione di un piano urbanistico attuativo esteso all’intera area, perché ciò equivarrebbe ad un divieto di apertura. Un conto, infatti, è la necessaria individuazione di spazi di viabilità e parcheggi, altro è pretendere la generica cessione al Comune aree da assoggettare all’uso pubblico.

Oltretutto, osservano i giudici, l’elaborazione di un piano urbanistico, a carico del nuovo esercente, sarebbe ostacolata dai soggetti economici già insediati (competitori), e ciò si aggiungerebbe alla difficoltà di reperire superfici da adibire a parcheggi in aree già fragili.

Al massimo, quindi, si può chiedere a chi intenda insediarsi di prevedere, con uno studio riferito al singolo esercizio, l’incremento netto dei flussi veicolari, tenendo conto della sottrazione di clientela agli esercizi già insediati, e quindi dell’effetto di redistribuzione degli accessi. E qualora non sia stimabile un incremento netto degli utilizzatori degli spazi, o se tale incremento fosse trascurabile, il divieto comunale di insediamento diventerebbe una vietata misura anticoncorrenziale.

In sostanza, le nuove aperture di esercizi, anche in tessuti urbani delicati, può esigere una verifica sulla diluizione negli spazi di parcheggio e stabilire la tollerabilità di questo carico aggiuntivo sia per l’insieme delle attività commerciali già insediate (riduzione degli spazi per la clientela), sia per la qualità della vita dei residenti (per la congestione delle vie). Il Comune del Garda, quindi, potrà solo chiedere, all’esercente che intende ampliarsi, la presentazione di uno studio del traffico, senza esigere un piano attuativo d’area.

https://ntplusdiritto.ilsole24ore.com/art/vietata-comuni-richiesta-negozio-piano-urbanistico-AFrmCZiB?uuid=vietata-comuni-richiesta-negozio-piano-urbanistico-AFrmCZiB

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